giovedì 24 maggio 2012

Standby o pausa, come preferite.





Mi prendo una pausa. Questo non significa che chiudo il mio blog, gli sono troppo affezionato. Significa che rinuncio all' aggiornamento quotidiano. Il problema è che sono stanco. Molto. Moltissimo. Mi manca l’aria e si sa, se manca l’aria il cervello va in pappa. Poi sono stanco della politica e dell’antipolitica, dei tromboni e di chi ci crede a prescindere e costi quel che costi, quotidianità compresa. Sono stanco dei “commissari tecnici” della politica e di quattro giocatori sgallettati che scendono in campo convinti di vincere la partita non sapendo che in questa politica si perde sempre, anche quando si vince. Siamo un popolo strano: un’occhiata al Fatto, una sbirciata a Repubblica, quattro passi al mare con l’Unità sottobraccio, un acquisto volante del Manifesto, perché fa tanto chic e “tendenza”, e tutti diventano commentatori politici e non si fermano mica al commento, si impegnano, scendono in campo come Silvio, ci provano, analizzano, discutono, interpretano salvo poi rendersi conto che la politica vera è un’altra cosa e che un po’ di cultura di base non guasterebbe. Sono stanco della politica che ruba la vita gratis con la scusa che occorre metterci la faccia altrimenti che impegno è. Sono stanco delle false anzi, falsissime coerenze che diventano prediche e dediche, tutti Che, tutte Rosa Luxemburg. Sono stanco di scrivere di Bossi e di Berlusconi, di Casini e di Di Pietro, di Fini e di Vendola e ora si è aggiunto pure Grillo il fustigatore, di Bersani e di Brunetta, mezzeseghe che da altre parti non farebbero neppure gli uscieri e che in Italia diventano leader e ministri, minimo sottosegretari. Sono stanco di scrivere di Monti e di Napolitano, reincarnazione del Duo di Piadena, quello dell’uva fogarina. Non meritano neppure una parola in più di quante ne ho sprecate finora, un mare, quasi un milione. Insomma, quando ho ricominciato a scrivere di politica l’ho fatto perché aveva un senso, io avevo ancora un senso. Oggi questo senso non c’è più, per cui il mio impegno scema, si attenua, si allenta, non insegue più né politici né idee, le mie le ho e mi bastano. Oltre che stanco sono deluso e incazzato. Magari domani scriverò un altro post o forse no. Magari dopodomani tornerò a parlare del Professore o forse no. È certo che ricorderò fra 56 giorni Paolo Borsellino, perché oggi gli unici vivi sono i morti.

martedì 22 maggio 2012

Vince il Pd? Ah beh, sì beh...

Motocicletta...10 hp...
Hai voglia di dire “ho vinto” quando alle urne va il 51 per cento degli elettori (media nazionale – nelle grandi città non si è arrivati al 40 per cento). Perché se un vincitore c’è si chiama indifferenza e quasi sempre non vota. Comunque Alfano, Maria Stella-Stellina Gelmini e Gnazio La Ruspa vogliano metterla, il Pdl non è stato  sconfitto, di più. Comunque la vogliano mettere Maroni e il Salvini salvivificatore, la Lega non ha perso, di più. Su sette comuni dove era riuscita ad andare al ballottaggio, ha perso sette volte che manco se uno ci si fosse messo apposta. C’è chi dice “ha vinto il Pd”. A noi non sembra e anche se i numeri dicono questo, spesso i numeri perdono il loro valore assoluto ed è necessario interpretarli, un po’ come le leggi di Berlusconi dove le fregature si annidano negli orifizi (di tutti i generi e natura)e non nel testo in neretto. Roccaforti del centrodestra passano al centrosinistra, anche se affermare che sia sempre e solo centrosinistra è un azzardo visto che spesso a prevalere è stata la foto di Vasto. A parte L’Aquila e qualche altro raro caso in cui il Terzo Polo (o parti di esso) hanno aderito alla lista del Pd, nelle altre realtà hanno vinto outsider quasi mai del Pd usciti vincitori dalle primarie. Non c’è dubbio che vedere il centrosinistra vincere a Rieti, a Monza, a Como ad Asti e ad Alessandria è un bel vedere ma il senso, qualora qualcuno volesse leggercelo, è che il Nord sta attraversando un travaglio interiore che manco a dirlo, e la conclusione è che se il Nord sta in crisi di rappresentanza, al Sud le cose non vanno sicuramente meglio. È vero, la governance di una nazione inizia dai comuni e, almeno questa tornata elettorale ha fatto capire che un gruppo compatto di centrosinistra una risposta anche se minima, la da. Ma non si può non prendere atto che se vota meno del 40 per cento degli aventi diritto, un problema molto serio c’è, si chiama partecipazione volendo usare un eufemismo, mentre in fondo di disgusto si parla. Ai quacquaracquà del Pdl vorremmo dire che la ragione della loro batosta, perché definirla diversamente sarebbe l’ennesimo tentativo di disinformatio, non è quella che stanno appoggiando il governo Monti per il bene della patria, questa si chiama millanteria. Le ragioni più profonde sono quelle che per quasi venti anni questi signori hanno sparato solo una raffica immonda di cazzate, che hanno fatto promesse mai mantenute e che, specie nell’ultimo periodo dell’impero, hanno curato solo gli interessi personali e familiari di Nano Bifronte sbattendosene di quelli di una nazione sull’orlo del baratro. Se i maggiordomi di Villa San Martino, con annessi lenoni e concubine, pensavano che il pensionato delle FS di Busto Arsizio o la nostra amica casalinga di Abbiategrasso non se ne sarebbero mai accorti e che ammannire brutte soap su Totò Riina fosse la soluzione, beh, cazzi loro e del loro tam tam mediatico azionato dai Sallusti, dai Belpietro e dai Fede che a un certo punto ha fatto splash rivelandosi per ciò che erano: barzellettieri. Non è per citare il capitolo 3 del Qoèlet, ma c’è un tempo per nascere e un tempo per morire, c’è un tempo per le barzellette e un tempo per fare sul serio. Il Pdl non ha capito che il tempo del riso era finito ed era iniziato quello del pianto ed è stato punito proprio come la Lega che, Salvini o non Salvini, ha fatto filotto sì ma di sconfitte, tornando a meno del 5 per cento sul piano nazionale. Vince Beppe Grillo che continuare a definire un “comico” è un azzardo anche perché in politica di comici migliori di lui ce ne sono a bizzeffe, due per tutti? Brunetta e Gasparri, Silvio è inarrivabile. Vince a Parma dove la potente macchina da guerra del Pd si è inceppata, dove dopo anni di una giunta pluriinquisita cacciata a forconate e pentolame, i cittadini si sono rivoltati e hanno deciso di provare diversamente. Ha vinto a Parma dove i voti del Pdl e della Lega sono stati determinanti perché senza di loro Pizzarotti avrebbe continuato a guardare di notte le 5 stelle del suo cielo. E lo ha detto chiaro la Gelmini, “Se fossi andata a votare a Parma non avrei votato per il Pd”. Per chi, allora, ex ministro devastatore della scuola pubblica ad usum privata e cattolica? Ma per il Five Stars, of course! A Parma si è aperto un laboratorio di proporzioni colossali. Se Pizzarotti oltre che bravo a protestare si dovesse dimostrare anche bravo a governare sarebbero cazzi amari per tutti quelli che, con un sorriso paraculo sulle labbra, lo stanno aspettando al varco, come il cinese sulla riva del fiume in attesa del cadavere. Grillo sta sfondando al Nord, spesso perché da corpo al disgusto della gente, spesso perché sfrutta da animale da palcoscenico quale è, l’armamentario ideologico dei defunti Pdl e Lega, e spesso perché siccome siamo arrivati alla canna del gas, ci sembra che provare lui e il suo Movimento non possa fare un cent di danno dopo le macerie causate dagli altri. Insomma, questo è un paese nel quale si continua ad andare per esclusione, non per inclusione, in cui si vota sempre contro qualcuno e non per. La rabbia che viene in alcuni momenti, è quella che per avere Grillo dalla propria parte, al Pd sarebbero bastati un paio di provvedimenti, gli stessi che la gente invoca da tempo per avere la dimostrazione che parla ancora di classe politica e non di casta. Togliere il finanziamento pubblico ai partiti, dimezzare il numero dei parlamentari, impedire a indagati, inquisiti e condannati (anche solo in primo giudizio) di sedere in Parlamento. Ma il Pd col cazzo che lo ha fatto e, continuando ad accusare Beppe Grillo di antipolitica, aveva predisposto (prima firmataria madame Finocchiaro), un bel decreto anticorruzione che nelle pieghe salvava Over The Topa pure dal processo Ruby. Ma quella piccola norma, almeno a sua detta, la Finocchiaro l’aveva pensata prima del rinvio a giudizio di Silvio. Beh? Non è meglio prevenire che combattere?

lunedì 21 maggio 2012

Brindisi e lo stragista solitario. Scompare la pista terroristica: Gasparri deluso e disperato.

Lo stragista solitario ripreso all'opera (Repubblica.it)
Le ultime notizie che provengono da Brindisi, con buona pace del senatore Maurizio Gasparri in arte Caspar e di tutte quelle reti televisive che hanno sbattuto i terroristi rossi in prima pagina, ci dicono che era valida la seconda delle ipotesi che avevamo fatto ieri, il gesto isolato di una persona in vena di vendette atroci. Non ci voleva molto a capire che le bombole del gas sono uno strumento talmente banale, e facilmente reperibile, che solo una banda di disperati con i capi in galera e l’arsenale chiuso a chiave, potevano farci ricorso. Che la mafia post-Riina, quella in mano a Bernardo Provenzano detto ‘u ziu e a Matteo Messina Denaro, aveva scelto il silenzio, il low profile, per tornare a operare senza inciampi dopo la stagione delle stragi. È vero, come ha affermato Roberto Saviano, che i nipotini di Riina crescono ma è vero anche che se la storia è maestra di vita, nell’immaginario mafioso le stragi erano state completamente rimosse, specie quelle senza senso: troppo alto il rischio e troppo elevato il riscontro negativo nell’opinione pubblica. Oggi la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra (quindi anche la SCU) preferiscono di gran lunga il silenzio e nei posti chiave della pubblica amministrazione preferiscono far eleggere i loro rappresentanti piuttosto che ammazzare i recalcitranti e gli onesti a tutti i costi. Per questo ci sembrava strano che in Puglia, a Brindisi poi, la SCU avesse deciso per una inversione di tendenza così drastica. Il terrorismo, da quando esiste, rivendica, mette la firma, delira ma personalizza efferatezze. La mafia tace e agisce nell’ombra ma firma con gli strumenti degli agguati, kalashnikov o T4, roba griffata insomma. Quello di sabato era stato invece un gesto assurdo, privo in apparenza di movente, di quello politico sicuramente si, di quello mafioso si poteva discutere. Dopo la visione delle registrazioni delle videocamere di sicurezza piazzate ovunque e delle quali l’attentatore non conosceva minimante l’esistenza (sic!), il lavoro degli investigatori si è concentrato tutto sul “profiling” dell’esecutore materiale della strage e si è capito che il movente andava ricercato nella scuola stessa, nel nome “Morvillo Falcone” o addirittura fra le stesse ragazze che la frequentavano e, ancora di più, proprio in quelle che il terrorista per caso ha deciso di bruciare. Un classico della cultura giallista: la vendetta o il rifiuto. In attesa che il cinquantenne criminale venga assicurato alle patrie galere o a qualche struttura sanitaria in grado di curarne le perversioni non più latenti, resta l’impressione che in questo paese qualsiasi cosa accada debba avere per forza una matrice politica, ovviamente di parte. E allora si alzano cori alla coesione sociale, alla compattezza e all’unità nazionale, allo sforzo comune di lottare contro la barbarie. Fatte tutte le necessarie proporzioni anche in Italia, come negli Stati Uniti, ogni tanto sbuca fuori un attentatore che, armato di bombole di GPL o di modellini del Duomo di Milano, consentono alla politica di tirare un sospiro, di riprendere fiato in nome di una nazione il cui inno nazionale, come ieri sera allo Stadio Olimpico di Roma, viene sonoramente fischiato da gente che non ne può più e che puntualmente viene stigmatizzata di antipatriottismo o di delinquenza insensibile. Diciamolo, i politici c’entrano poco con quanto accaduto a Brindisi, ma non siamo noi a premere sull’acceleratore del “stiamo tutti uniti perché il pericolo incombe”, ma loro che spesso, invece di tacere e di fare un minuto di raccoglimento, blaterano sulle disgrazie. Cinici? Ma quando mai, solo, forse, un po’ realisti.

sabato 19 maggio 2012

Domani e lunedì s-ballottaggio. Chi vince, chi perde, chi pareggia e chi da di testa.

Ciò che l'uomo ha nella mente
Domani si sballotta e tutti a vedere che fine farà Grillo il comico, quello che ieri ha detto che a Parma vincerà il Pd perché la Coop si compra i voti. I presupposti per avere il primo sindaco grillino ci sono tutti. Non sappiamo se a Parma o da qualche altra parte ma è così. Quello che è certo, e sotto gli occhi di tutti, è che Beppe non perde occasione per vomitare addosso al nemico di turno tutto quello che si porta dentro. Lo faceva già ai tempi della Telecom di Tronchetti Provera, poi i fatti gli hanno dato ragione ed è successo quello che è successo, Telecom parcellizzata e utenti e azionisti (quasi) in brache di tela. Che le Coop siano un serbatoio di voti lo sanno tutti. È sul termine comprare, che ha un significato definito e non transabile, che abbiamo qualche problema di comprensione. Cosa significa, che chi lavora con, e per, le Coop senta un obbligo morale che gli fa votare Pd o c’è il capo reparto che gli punta una pistola alla testa? Cosa dovremmo dire di quelli della Upim, della Rinascente, della Mondadori, della Einaudi, di Banca Mediolanum, di Mediaset, di Publitalia che votano tutti Berlusconi per un obbligo morale o che vengono minacciati quotidianamente dall’erede di Mangano a Villa San Martino? Siamo messi male se uno stipendio viene considerato alla stessa stregua di un compenso per voto e non per prestazione d’opera, perché vorrebbe dire che questo è un paese governato totalmente dal voto di scambio. Il sospetto ci è venuto quando un po’ di tempo fa abbiamo accusato, su questo stesso blog, la Chiesa di voto di scambio. Ma noi non siamo Grillo e nessuno, ovviamente, giustamente, ci si è filati. Allora sviluppavamo un ragionamento che è molto simile a quello del comico annoiato, ma il nostro obiettivo era la Chiesa che, solitamente non vende carciofi e pannoloni con lo sconto carta d’argento, ma indulgenze e interventi della provvidenza. Noi italiani siamo un popolo davvero strano, scambiamo da sempre i diritti per concessioni graziose e gratuite e chi ci da un lavoro per il nostro padrone. Uno dei detti che contraddistingue il nostro essere cittadini consapevoli è: “Chi mi paga è padrone”, alla faccia delle lotte per i diritti dei lavoratori. In questo contesto non è difficile, quindi, comprendere l’uscita di Grillo come non ci stupisce l’immediata presa di posizione di Piergigi Bersani che, tuonando con una birra in mano, ha dichiarato: “Il M5S smentisca il suo leader”. A parte che detta così sembra che il Movimento 5 stelle sia più una sigla da controspionaggio che non di un movimento politico, ma come diavolo può pretendere Bersani che la base smentisca Grillo? Ma che pensa, che tutti i movimenti siano come il Pd dove il segretario non conta un cazzo e tutti lo sbeffeggiano? Domani si rivota in 19 comuni capoluoghi, 99 sono gli altri. Quasi dappertutto è in vantaggio il candidato del Pd o quello uscito dalle primarie di centrosinistra. Ci sono casi limite come quello di Genova, dove a contendersi la poltrona di sindaco sono il candidato del Pd e quello del Terzo Polo (Lega e Pdl scomparsi) e quello di Palermo dove un candidato Idv (Leoluca Orlando) si scontrerà con il candidato dell’Idv (Fabrizio Ferrandelli) nella coalizione che ha vinto le primarie. Anche a Palermo l’invincibile armata pidiellina ha fatto splash. Non c’è un solo capoluogo di provincia dove corra la Lega. Ma allora perché i druidi hanno accusato i magistrati di complotto a orologeria per fargli perdere le amministrative? Mistero.

venerdì 18 maggio 2012

Il dramma del Senatur, la fine di un mito.

Voglia di tenerezza
Niente onore delle armi. Sappiamo quello che Umberto Bossi ha rappresentato per la sua gente ma anche quello che ha combinato per l’Italia tutta. Siamo convinti da sempre che la Storia, a un certo punto del suo percorso, abbia bisogno di inventarsi personaggi di un certo tipo, con alcune caratteristiche. Spesso si inventa capipopolo altre capibastone, altre ancora masanielli sfigati oppure carismatici ignoranti come capre tibetane. Quasi sempre sono soggetti senza arte né parte che a un certo punto della loro esistenza, sapendo che il loro destino è quello dei guardiani di porci, si reinventano in politica. Costa pochissimo: un po’ di scilinguagnolo e un nemico da abbattere. Sulle origini 'andreottiane' della Lega si è discusso nelle segrete stanze della politica da sempre. La Dc, perso il Nord, soprattutto quello industrializzato che aveva bisogno di darsi una rappresentanza più attenta alle sue esigenze, ha pensato fosse il caso di mettere in piedi qualcosa di più di una corrente ad hoc. In quel momento nel Veneto era già nata la Liga e la Lombardia si stava muovendo sullo stesso terreno. C’era lo scienziato pazzo di turno, un tal Gianfranco Miglio, che si era inventato le macroregioni e aveva teorizzato l’esistenza della Padania sulle ceneri dei celti. Scoppiata Mani Pulite, è stato abbastanza facile puntare sull’indignazione dei terun del Tirolo e la sorte, sotto forma di un perditempo che trascorreva le sue giornate al bar a giocare a biliardo, ha incoronato un cantante fallito, mai laureato, rappresentante di Folletti a tempo perso visto che la sua occupazione principale era quella di abbattere birilli. In un amen è nato uno slogan destinato a fare epoca e breccia immediata nel cuore dei padani: “Roma ladrona”, ed è iniziato il valzer. In un crescendo di populismo folkloristico e di retorica acchiappapopolo, la Lega Nord, fatti fuori tutti gli oppositori regionali, si è data un leader indiscusso al quale è stato concesso di mettersi intorno la più grande marmaglia di nullafacenti del creato, personaggi dalla professione incerta, dai profili culturali ad encefalogramma piatto, desiderosi di entrare nella storia proprio come gerarchi qualsiasi perché già il solo aspirare a essere anche loro piccoli leader sarebbe stato un assunto contronatura. Così, i sacerdoti delle sacre acque del Po sono sbarcati in forze a Roma e complice il principe dei riciclatori, hanno perfino preso in mano il Governo di questa povera nazione di mentecatti. Silvio, la cui bravura è stata quella di dare una fisionomia al brodo primordiale di ex democristiani, ex socialisti, ex socialdemocratici, ex liberali, ex fascisti, ex comunisti allestendo la fiera dell’ex, ha pensato fosse cosa giusta allearsi con quello che gli assicurava il governo del Nord perché al Sud aveva già i suoi bei referenti presenti sul territorio da sempre, delinquenti o no l’importante, per Nano Bifronte, era avere saldamente in mano il potere. Roma però è sempre stata una città particolarmente subdola, degna capitale degli italiani. Il suo fascino e la sua storia conquisterebbero pure Gengis Kan, figuriamoci un diplomato della Scuola Radio Elettra. La Capitale dei grandi intrighi anche in questo caso ha svolto egregiamente il suo ruolo di ruffiana e, un refolo di ponentino oggi, uno stornello domani, grazie alla paiata ha traviato pure il novello Albertino (da Giussano). Il potere è un virus, quando lo hai preso non ce la fai mica a disintossicarti. Vedersi intorno lacché deve essere un’emozione talmente forte che anche un druido ne resta catturato, specie se si ammanta di denaro facile e di entrate da ogni finestra, basta un ruolo qualsiasi in un consiglio di amministrazione “pesante”. Ma poi metti al mondo figli che non sanno neppure cosa significhi conquistarsi duramente la paghetta e, non appena diventano maggiorenni, hanno esigenze che vanno ben al di là del Lego, anche se la Playstation è un mito tuttora. Bossi è stato travolto dalla famiglia alla quale ha dato tutto, dagli amici che lo hanno assediato e curato, amato e blandito fino a quando questo caravanserraglio di pappagalli persi è esploso portandosi appresso anche il vecchio Loreto, che stava appoggiato tranquillamente sul trespolo di Silvio. Bossi è distrutto. Piange. Si dispera. Aveva sperato fino all’ultimo di poter fare almeno il presidente ad honorem della sua creatura ma i magistrati gli hanno fatto capire che è meglio ritirarsi. Lo danno per cotto, deluso, amareggiato, sull’orlo di una crisi irreversibile d’identità perché non riesce ancora a capacitarsi come diavolo abbia fatto a mettere al mondo Trota e Riccardino. La risposta non dovrebbe essere difficile, il dna è quello, e con i cromosomi non si scherza.

giovedì 17 maggio 2012

Lusi: “Soldi a tutti, anche a Renzi”. Bossi&Figli sul registro degli indagati. La base leghista divisa: “È tutto un complotto”. “Senatur, vergogna!”.

La vergogna nuda
Lo stipendio giusto, o la paghetta, è nell’ordine dei 3500/5000 euro mensili, con variazioni di 500 euro in più o in meno. È quanto emerge dagli ultimi fatti e, in special modo, dall’audizione di Luigi Lusi al Senato e dalle indagini della Procura della Repubblica su Umberto Bossi&Figli finiti sul registro degli indagati per truffa ai danni dello stato. Vediamo i casi. Luigi Lusi ha dichiarato ai senatori, dopo averlo fatto ai magistrati, che lui ha seguito solo le direttive del partito e, in modo particolare di Francesco Rutelli.Ha parlato di finanziamento delle campagne elettorali e, fin qui, purché rendicontate, quelle somme finivano esattamente dove dovevano finire. A Rutelli, l’ex tesoriere della Margherita ha dato 150mila euro. Alla domanda dei senatori su “come” glieli avesse dati e quali fossero le pezze d’appoggio, Lusi ha risposto: “Li ho dati in modo da tutelare Rutelli”, una frase sibillina che significa tutto e il suo contrario. Ma anche Matteo Renzi ha chiesto l’obolo per la campagna elettorale però, al contrario di altri, Renzi ha fatturato tutto. Non ci sembra un aspetto di poco conto. Quello che sconcerta, tutt’al più, è l’atteggiamento di Rutelli che, a fronte della richiesta del sindaco di Firenze di 120mila euro da darsi in tre tranche, alla seconda Rutelli ha detto stop per cui al Renzino sono andati all’incirca “solo” 70mila euro. Lusi ha però parlato di altri finanziamenti a prima vista non coerenti con la causale del rimborso statale. Ad esempio del mensile a Renzo Bianco, inizialmente di 3000 euro, passato poi a 5500. Delle donazioni a una fondazione chiamata “Centocittà”, a una società di Catania del marito della segretaria di Bianco, 150mila euro di cui non si conosce l’uso. Soldi attraverso bonifici o in contanti, venivano dati a quasi tutti i dirigenti del partito, spesso per i taxi, altre per rimborsi semplici, quasi mai per rimborsi strettamente elettorali. Fondata l’Api, Rutelli ha pensato di finanziare il nuovo partito con i soldi della ex Margherita e giù, stipendi e mensili ai dirigenti della nuova formazione. Lusi ha però solennemente affermato che, nonostante tutto, nelle casse della Margherita erano rimasti 20 milioni di euro, che dovrebbero essere quelli che Rutelli si è impegnato a restituire agli italiani. Stesso discorso, con varianti familistiche, è quello che i magistrati hanno appurato nella Lega. Sul registro degli indagati sono finiti Umberto, Riccardo e il Pesce. Il riscontro certo è che Umberto sapesse tutto e che non si muovesse foglia senza il beneplacito del Senatur. Siccome la prole era disoccupata, come se il posto in Regione del Trota fosse un fulgido esempio di volontariato, l’ex tesoriere della Lega dava ai ragazzi una paghetta di 5000 euro al mese, che sembra diventata la cifra magica (le famose e già citate 2800 lire di Renato Pozzetto) per tirare a campare senza affanni. Inutile dire che i militanti della Lega (quelli che gli osservatori politici continuano a definire “veri, genuini, credenti fini all’olocausto” non ricordando che lo erano anche i fascisti durante il regime), si sono spaccati e sul web è circolato di tutto. Dalla difesa ad oltranza della reincarnazione di Alberto da Giussano agli insulti più irripetibili a una classe dirigente che li ha profondamente delusi. L’aspetto che maggiormente ci ha divertito è che i militanti hanno scorto nella iscrizione sul registro degli indagati, un complotto ai danni del partito a quattro giorni dai ballottaggi per i sindaci. Ma di cosa parlano, in quali comuni un candidato sindaco leghista è ai ballottaggi? Ma quando mai? Coloriti e senza appello, i commenti degli oppositori. Fra tutti ne prendiamo uno ripreso da Repubblica.it. Scrive Carlo: “C’era un tempo in cui facevamo le feste per tenere in piedi le sezioni, per pagare gli affiti, i manifesti, le campagne elettorali, in nome di un unico credo: la nostra Lega Nord e i suoi. Non pesavano la fatica e le notti insonni perché ci credevamo davvero...Oggi la mia sezione ha pochi euro in cassa, guadagnati e spesi onestamente. E oggi un’altra notizia vergognosa! La giustizia farà il suo corso, ma oggi il cuore non batte più. Vergogna, vergogna e ancora vergogna!”.

mercoledì 16 maggio 2012

Pdl, Udc e Fli contro i decreti anticorruzione e falso in bilancio. E' sempre l'Italia di Silvio.

Lo Stato siamo noi
Se uno milita nel Pdl, una ragione ci sarà pure, o no? Il fatto è che quando succede che in Commissione Affari Costituzionali e Giustizia della Camera, i berluschini si mettono di traverso sul ddl anticorruzione e falso in bilancio, le ragioni risultano immediatamente chiare. Il ridicolo poi, di tutta questa vicenda che se non fosse vera somiglierebbe molto a un grandguignol però farsesco, è che il Pdl non vota a favore perché il provvedimento è “giustizialista”. Guardate, cari confratelli in crisi, che la cosa è di una gravità assoluta. Qui non si tratta di stupide questioni di principio legalitario, ma di una vera e propria tendenza a delinquere che ha riscontro solo nella Birmania pre-Aung. Le truppe cammellate di Silvio, lontane dall’essersi arrese alla Storia, stanno continuando imperterrite a seguire le loro meschinità senza alcuna intenzione di mollare l’osso. A loro non va neppure che il decreto soft sulla corruzione passi perché, sebbene inasprisca la pena (da 2 a 3 anni di galera), mette una serie di paletti e fa una serie di distinguo che a loro non va proprio giù. Il rischio serio è che se passasse il decreto elaborato dalla ministra Severino, metà degli amministratori pidiellini sarebbe rinchiuso nelle patrie galere e, pur non potendo buttar via la chiave, i vertici del partito sarebbero decapitati. Senza peraltro ricordare che qualora si dovesse ripresentare il ddl predisposto a suo tempo da Angelino Alfano, salterebbe anche il processo Ruby, rientrando la concussione di Silvio in quella “semplice”. Per il falso in bilancio vale lo stesso ragionamento, ma qui vale la logica aziendale. Il falso in bilancio è il mezzo che le grandi aziende adoperano per costituire i castelletti transoceanici, insomma, i fondi neri. E senza fondi neri come si reggono in piedi strutture partitiche e, soprattutto, come si corrompe mezzo mondo per farsi i cazzi propri? Impossibile, e allora niente decreto anticorruzione, ché questo è un paese che non sa neppure cosa sia, e niente decreto sul falso in bilancio perché ogni capo d’azienda ha il sacrosanto diritto di imboscare fondi, che poi siano neri non è un problema. Crisi o non crisi, i berluschini sono sempre gli stessi, nessun attaccamento allo Stato, nessun rispetto delle istituzioni, nessun passo indietro. Povero Francesco Saverio Borrelli, non avrebbe mai immaginato che il suo grido di dolore: “Resistere, resistere, resistere”, si potesse trasformare in “Delinquere, delinquere, delinquere”. E sapete chi ha votato con il Pdl contro i nuovi decreti? L’Udc, e non avevamo dubbi, e Fli che però, con Angela Napoli ha fatto subito marcia indietro e affermato che si è trattato di un qui pro quo. Il legalitario Pierfy Casini, quel figo della madonna che si è tenuto stretto Totò Cuffaro fino a quando non è finito in galera, alla fine tanto legalitario non è. Vota a favore del governo, si esprime a favore di un cambio di rotta sostanziale della politica ma quando poi si toccano gli interesse di familiari acquisiti, prende le distanze da se stesso. Casini, come tutti i democristiani del mondo, è uno che riesce a prendere le distanze da se stesso, a dissentire delle proprie opinioni, ad essere contemporaneamente maggioranza e opposizione: una vera e propria arte, quasi una scienza dell’adattamento. 
Ancora una notizia sull’ex centrodestra. Sembra che Bobo Blues Maroni e Umbertino il Senatur siano addivenuti a un accordo, abbiano stretto un patto. Bobo segretario, Umberto presidente, io, mammeta e tu. I veneti però non ci stanno, loro Bossi non vogliono sentirlo manco più nominare. Non inizia bene il suo cammino di leader dei terun del Nord, il nostro caro Bobo. Ma si sa, i leghisti sono molto solidali (fra di loro).

martedì 15 maggio 2012

Obama contro la finanza: “Riformare Wall Street”. A tirar troppo la corda ci si fa male.

La Mecca
Tanto per dimostrare al mondo che la finanza se ne strafrega della politica, negli Usa è scoppiato l’affaire Jp Morgan. La banca d’affari, una di quelle salvate da Obama in tempi di colera, ci ha “rifatto”come direbbero a Roma e, nel giro di sei settimane, ha bruciato, in derivati, due miliardi di dollari. Quando ha appreso la notizia, l’”abbronzato” più famoso del mondo era in volo a bordo dell’Air Force One diretto proprio a New York. Tempo dieci minuti e ha rilasciato una dichiarazione al fulmicotone che suona press’a poco così: “Ora ci avete rotto le palle. Fatemi scendere e metto mano alla riforma di Wall Street. Poi vedremo se avrete il coraggio di bruciare soldi sull’altare del vostro profitto a discapito della gente”. L’impressione che l’uscita di Barack Obama ha provocato in tutto il mondo, è quella che se anche l’America ha deciso di mettere mano al rapporto con il mondo della finanza, qualcosa s’è irrimediabilmente rotto e che questa volta, gli speculatori hanno tirato troppo la corda. Come succede in politica, negli affari, nei rapporti personali, se uno tira troppo la corda alla fine la corda si spezza e, come tutti sanno, non è con un nodo che si risolve il problema del “traino”. In Europa, che le cose per gli speculatori non vadano più come fino a qualche mese fa, è ormai sotto gli occhi di tutti. Nonostante il ricatto costante sotto il quale è tenuta, la Grecia non vuole saperne di ridarsi un governo che sa in partenza di essere commissariato. In Francia, Hollande ha preso il posto del bombardatore Sarkozy e in Germania la Merkel sta perdendo il suo potere pezzo dopo pezzo. La reazione dei mercati è stata subitanea. Borse a picco (tutte quelle dell’Eurozona) e spread a 420 punti: una meraviglia. Se qualcuno avesse avuto bisogno della conferma che i mercati tengono per le palle la politica ieri è stato accontentato. Solo che qualcosa sta cambiando. L’aria, per il “fantomatico” mercato, quello a cui è difficile dare un nome e un volto, si sta facendo pesante e reagisce come meglio può e sa, a colpi di rating e di vendita sottocosto dei buoni del tesoro o bond di stato comunque li si voglia chiamare. Sa benissimo, Mr. Mercato, che se immette sulla piazza miliardi di obbligazioni il paese interessato ne subisce conseguenze pesantissime e sa benissimo, sempre Mr. Mercato, che questo è un ricatto e che non c’è nulla da guadagnare se non il mantenimento del potere e delle regole che nessuno fino a oggi ha avuto il coraggio di cambiare. Tanto per continuare a dare segnali non equivocabili, proprio ieri Moody’s ha declassato in un colpo solo, 26 banche italiane e sapete per quale ragione? Presto detto, la recessione e la politica di austerità che non favorisce né gli investimenti né i consumi: un immenso gatto che, ormai impazzito completamente, continua a mordersi la coda girando su se stesso a mo’ di moto perpetuo. Così, se da una parte Mr. Mercato ci obbliga a fare tagli e a rispettare gli impegni presi a Eurolandia, dall’altra ci bacchetta e declassa perché non c’è ripresa né ci sono investimenti. Se non è schizofrenia questa, diteci voi cos’è. A noi sembra il sempiterno gioco della coperta, quello ormai strafamoso secondo il quale se la tiri a coprirti la faccia scopri i piedi e viceversa. L’impressione che ricaviamo da questo hellzapoppin’ infinito (peccato che non faccia ridere come il film), è che ci siano fili tirati da una sapiente mano di burattinaio, che perfino i tre manager di JpMorgan fatti fuori con dimissioni obbligate non siano così potenti come credevano di essere e che se s’incazza la buonanima di Rockfeller (padre) succede un pandemonio. Però consolatevi, Umberto Bossi sarà il presidente nuovo di zecca della Lega. Mercati attenti, arriva il senatur.  

lunedì 14 maggio 2012

L’Europa s’è desta. Seconda sconfitta della Merkel in Westfalia. Dopo la Francia, la Germania. Il rigore non paga più.

Birra e salsicce
Angelina comincia a capire che forse qualcosa, nella sua politica, non funziona più. Il problema della cancelliera tedesca è che guarda l’Europa con occhiali teutonici, per lei tutto ciò che non sa di birra e salsicce è insipido, gli spaghetti poi, specie quelli cucinati da Berlusconi, sono indigesti da morire, un piatto da poveracci. L’insofferenza dei partner europei nei confronti della Germania, e della sua linea di politica economica tutta improntata al rigore spartano, sta raggiungendo ormai un livello di guardia pari all’insopportabilità di un cappio intorno al collo, che qualche problema di identità lo crea. I francesi sono stati i primi a dare un calcio alla ragionieristica mania tedesca di far riportare i conti per forza. Hanno mandato a casa Sarkozy che, della Merkel, era stato il puntello più convinto. E ora hanno iniziato gli stessi tedeschi a dare evidenti segnali di insofferenza: due elezioni regionali su due sono state vinte dalla Spd, dai Verdi e da quella terza forza che si chiama “Pirati” che a qualcuno amante dell’antipolitica, dovrebbe far fischiare le orecchie. Angelina sa, e se ne stanno accorgendo tutti, che per tenere l’Europa per le palle (mania tutta germanica di dominare per forza o con la guerra o con lo strapotere economico), l’unico modo che ha è quello di “ricattare” i paesi con sul groppone un debito estero importante, impedirgli di crescere per riaffermare sempre e comunque una supremazia forte della stabilità dei conti e di una economia che tira come un pelo di... Gli inglesi lo hanno sempre saputo che la Germania puntava alla leadership e, non navigando nell’oro neppure loro, col piffero che si sono convertiti all’Euro: dopo aver respinto i V2 del Terzo Reich non avevano assolutamente l’intenzione di far entrare i crucchi a Londra, via City. La politica merkeliana del rigore, priva di oppositori seri, ha portato al default della Grecia, al cambio di governo in Spagna, ora in Francia, alla crisi strutturale del Portogallo, al crollo dell’Irlanda ai suicidi di massa in una Italia che o si da una mossa e ricomincia a crescere o si ritroverà a vivere con una massa di precari a ottant’anni. Perfino Monti, sotto sotto, è stato contento della sconfitta di Angelina, lo ha dichiarato anche se il suo aplomb non gli consente di esprimersi con un linguaggio colorito “Il vento d’Europa fa largo alla crescita”, ha detto il Professore, rendendo chiaro a tutti il concetto che chi di finanza ferisce, di finanza prima o poi perisce, lui compreso. Insomma, cari concittadini, il problema secondo Mario Monti è che tutto il macello che sta accadendo dalle nostre parti, con il commissariamento di una nazione, il conseguente depauperamento e una crescita sotto zero, è colpa della politica rigorista della Merkel. Per molti aspetti è vero, ma resta comunque l’impressione che la canzone non sia proprio questa, lo diciamo da una vita, lo confermiamo ora che sembra che l’Europa voglia davvero cambiare. Così, nel caso in cui la Spd dovesse finalmente tornare a governare, magari potremmo assistere all’introduzione della Tobin Tax, un provvedimento che la Merkel soffre come una gastrite da overdose di cipolle, con la conseguenza che chi ha causato questa crisi planetaria, inizi a pagare pegno. Una Tobin Tax mondiale, poi, sarebbe il massimo e allora vedrete che fine farebbero i derivati tossici e i bond taroccati. James Tobin, premio Nobel per l’economia che di Mario Monti è stato il maestro, l’aveva vista giusta. Tassare (anche se in modo soft) le transazioni finanziarie internazionali, significa ridare potere alla politica e, soprattutto, porre un argine importante a quei famosi file che possono ridurre una nazione sull’orlo della bancarotta con un clic. L’impressione è che non basti più un intervento soft, ma per introdurre almeno questo, è indispensabile che Angelina, reincarnazione “social” di Margaret Thatcher  torni a fare le torte di mele. 

sabato 12 maggio 2012

Chiude Il Manifesto. La Cassazione sentenzia: "I blog non sono stampa clandestina".

La prima pagina del Manifesto di oggi
Tre notizie, proprio oggi che avevamo deciso di mettere una foto e buonanotte ai suonatori. Ieri, nella sede del Manifesto, è arrivato il fax dei tre liquidatori della storica testata della sinistra italiana nel quale, con tre righe, dichiaravano chiusa l'avventura: "Oggetto: Comunicazione cessazione attività aziendale e richiesta concessione trattamento straordinario di integrazione salariale". Tradotto: "Il giornale chiude e i lavoratori vanno in cassa integrazione per dodici mesi". E' una vergogna ma succede nell'Italia degli editori imprenditori che di editoria non capiscono una mazza e orientano le testate stracotte che acquistano seguendo il vento politico che tira. Il Manifesto no. Testata libera autogestita. Non c'è più spazio per i duri, figuriamoci per i puri. 
La seconda notizia. La Corte di Cassazione ha deciso: "I blog non sono stampa clandestina, i blogger non sono dei facinorosi agit-prop". Ha inoltre sancito che "non sono testate giornalistiche e non devono essere registrati". La sentenza ha ovviamente una portata storica ed è inutile dire che la vicenda, nata con la querela per diffamazione al blogger Carlo Ruta, da parte del procuratore della Repubblica di Ragusa, Agostino Fera, è stata seguita con grande interesse in tutto il mondo. Nonostante il giudizio della Corte di Cassazione, resta però il clima di incertezza che caratterizza i "diari in rete", considerata la nebulosità della normativa vigente. Il nostro compito sarà, quindi, come sempre, tenere accese le antenne perché con l'aria che tira, un attimo di disattenzione può essere letale. 
La terza notizia. A Livorno, città memore del suo passato, la sede di Equitalia è stata presa a bottigliate...Molotov. Quelli di Equitalia hanno detto "Ma la colpa non è mica la nostra, è la legge". Questa uscita ci ricorda quello che avveniva nelle Marche del Regno Pontificio, quando i gabellieri venivano bastonati dalla gente costretta a pagare tasse inique al Vaticano. Anche in questo caso la colpa non era dei gabellieri, ma non potendo prendersela con il Papa...

venerdì 11 maggio 2012

Il vice dell’Economia: “Il cuore lo abbiamo pure noi”. Come il Giudice di De Andrè.

Mica solo in Ucraina...
Corrado Passera, la cui forza sta tutta nel nome, l’ha detto chiaro e tondo, “La metà della popolazione è a rischio default, fra disoccupati, cassintegrati, esodati, coloro che hanno smesso di cercare lavoro e pensionati a bassissimo reddito, l’Italia è un paese ad alto rischio sociale”. Nelle stesse ore sora Elsa ministra del Welfare diceva: “La riforma delle pensioni è stata durissima, questo il governo lo sa”. Ha parlato anche Renato Balduzzi, il ministro della Salute che ha dichiarato: “Chi è forte può stringere la cinghia, chi è debole, invece, ha bisogno della rete”. Come se si trattasse di strategia mediatica concordata, il viceministro dell’Economia, Vittorio Grilli, dice: “C’è bisogno di una riduzione del peso fiscale. Il peso fiscale alto non può essere un motore per la crescita”. Lette tutte le dichiarazioni fatte in queste ore dai tecnocrati del Professore ci siamo detti: “Ma questi, stanno al governo o fanno parte dell’opposizione?”. No, perché a noi sembra un po’ schizofrenico che chi è in grado di prendere decisioni parli come se a prenderle dovessero essere altri. Ma c’è un viceministro che ci ha commosso più di tutti, quello dell’Economia. Grilli ha detto: “Un cuore ce l’abbiamo anche noi, che credete!”. E noi ci crediamo, anche se di botto c’è tornata in mente Il Giudice, mitica ballata di Faber tratta da Masters, che ci ha ricordato che il cuore può stare dappertutto, dipende dall’altezza. Intanto ieri, Arcangelo Arpino, un imprenditore di 63 anni di Vico Equense, si è sparato un colpo alla testa sul piazzale del santuario di Pompei. Ha lasciato tre lettere, in una accusava Equitalia di aver contribuito ad aggravare i problemi economici della sua impresa edile. Giuseppe Rennola, 46 anni di Molfetta, si è ucciso nella campagna tra la sua città e Terlizzi. Non riusciva a incassare i soldi che gli dovevano gli enti locali e le banche si erano rifiutate di fargli un prestito. È la settima vittima pugliese. La Confindustria locale, che teme una moria di tesserati, ha deciso di attivare un numero verde contro i suicidi, riceve quaranta telefonate al giorno. C’è da dire che anche l’imprenditore siciliano Bernardo Provenzano ha tentato il suicidio in cella. Ma, sentito a tal proposito, il direttore del carcere ha detto: “Tranquilli, è stata tutta una messa in scena, voleva anche lui un po’ di solidarietà dalla Confindustria”. A Silvio, invece, lo hanno premiato. Proprio così, gli hanno consegnato il Premio Guido Carli e il fatto che lo abbiano dato anche a Vittorio Feltri, la dice lunga su come vengano sputtanati personaggi che in qualche modo, hanno contribuito a far grande questo paese. Nel corso del suo intervento di ringraziamento, Silvio ha detto: “Il paese è ingovernabile, noi staremo con Monti fino al 2013, purché Monti non stravolga il programma elettorale del Pdl”. Quale sia il programma del Pdl nessuno lo sa né, crediamo, Monti lo possa inventare di sana pianta e in poche ore. Quello che sappiamo di certo è che si basa soprattutto sull’eliminazione fisica delle toghe rosse, sulla legalizzazione della corruzione e del peculato, sul finanziamento pubblico delle feste eleganti: i poveracci tali sono e tali resteranno. Timida apertura di Piergigi Bersani al Movimento 5 stelle: “Grillo non è antipolitica ma una sfida, noi l’accettiamo”. Se questa non è una dichiarazione d’intenti diteci voi cos’è. Perfino quelli del Pd, lenti e flemmatici come bradipi, si sono resi conto che Grillo sta iniziando ad assumere un peso specifico politico non indifferente e che forse, alla fine, vale la pena dialogarci. Basterebbe iniziare con una dichiarazione: “Da domani in poi nessun indagato né condannato in primo grado né inquisito può essere candidato e se dovesse accadere nel corso del mandato, dovrà dimettersi”. Vuoi vedere, caro Bersani che questa potrebbe essere una buona base di dialogo? Ma la vediamo dura. Nel Pd ci sono personaggi come Luciano Violante che la pensano in modo totalmente diverso e come Anna Finocchiaro, prima firmataria della nuova legge sulla corruzione, che solo dopo averla firmata si è resa conto che stava facendo un favore a Silvio. E poi c’è sempre Massimo D’Alema, innamorato cotto di Pierfy Casini, orgoglioso del recente titolo nobiliare papale acquisito, che è contro, da sempre, a chi dice la parola “cazzo” in pubblico. Mario Monti ha inviato una lettera struggente al Colle. Al padre di tutti gli italiani ha scritto: “Papà tranquillo, l’Italia ce la farà”. Giorgio  ha sorriso, ha stretto la bandiera, preso un caffè e... “Con viva e vibrante soddisfazione...”.

giovedì 10 maggio 2012

Emergenza democrazia. Troppo Pdl in Parlamento, l’Italia è bloccata dai berluschini.

Tutto il sole d'Italy
Qualche titolo dei giornali di oggi. Assedio del Pdl a Monti: “Escluda nostre colpe sui suicidi”. Giustizia: “Raffica di emendamenti Pdl per bloccare la legge anticorruzione”. Blitz del Pdl: “Spunta un emendamento di Sisto sulla concussione che bloccherebbe il processo Ruby”. Pdl: “41 parlamentari firmano contro Mario Monti”. Casini: “L’esperienza con Api e Fli finisce qui”. Probabilmente perdere le elezioni un effetto lo provoca: fa incattivire. Comunque la si voglia mettere, il Pdl ha ancora la maggioranza relativa alla Camera (con la Lega) e quella assoluta in Senato per cui, se qualcosa non gli va, il partito liquido ormai in via di evaporazione, boccia. Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sullo spessore politico del berluschini, a questo punto li avrebbe dovuti dissipare, altrimenti saremmo in presenza di una banda di negletti incapaci di intendere e di volere. Silvio punta al caos e il Presidentissimo che siede al Quirinale non lo accusa di antipolitica mica, anzi, lo blandisce e cerca di accontentarlo perché un serpente a sonagli, in qualche caso, diventa pericolosissimo. Il problema è che Silvio si chiama Silvio, mica Beppe e con i Silvi non si scherza. Nano Bifronte ha ancora le carte in mano per dettare le regole del gioco. Lo scriviamo da quando lo hanno costretto a dimettersi, lo abbiamo sempre marcato molto stretto al contrario di altri che hanno cercato di rimuoverlo il giorno dopo. Abbiamo continuato a raccontarne le nefandezze quando tutti erano proiettati verso un futuro senza di lui. Magari avendo un po’ più di esperienza di altri, ci siamo resi conto subito che Silvio poteva anche andarsene ma che, con i numeri che ha in Parlamento, sarebbe stato difficilissimo muovere un passo senza il suo consenso. Tutta questa operazione, che ha costretto Monti a rivedere le sue dichiarazioni sui responsabili del suicidi attenuandone i toni, si porta appresso un peccato che possiamo chiamare “originale”, a Silvio sono stati concessi tutti i benefit possibili per un’uscita di scena dignitosa, a costo zero (per lui). La sentenza Mills sta a dimostrarlo ma poi, sul resto, qualcosa è andato storto e sia il Quirinale che Palazzo Chigi new-look, quando si sono resi conto che il prezzo stabilito da Silvio era troppo alto, hanno cercato di fare marcia indietro ma era troppo tardi. Una soluzione c’è. Tornare a votare. Nuova legge elettorale e la parola torna agli elettori. Subito. Governare con questo assetto e numeri che parlano ancora il berlusconese non sarà mai possibile, perché i pidiellini perdenti sono peggio delle iene, degli sciacalli e degli avvoltoi messi insieme. Questi signori, che la Storia inserirà fra i massacratori della giovane democrazia italiana, non hanno nessuna intenzione di mollare la presa. Molti di loro si sono già riciclati in Forza Italia poi nel Pdl, provenendo dal Psi, dal Pri, dal Pci, dalla Dc, dal Msi, dal Pli e perfino dal Psdi, figuriamoci quanto tempo impiegheranno a riciclarsi di nuovo. Il Pierfy li aspetta e a tal proposito ha già detto “stop”, come il Big Ben di Portobello, all’alleanza con l’Api e Fli.  Il Terzo Polo, incapace di decidere da che parte stare, è stato lo sconfitto di questa tornata elettorale e l’impressione che il bipolarismo sia entrato ormai nel dna degli italiani inizia a diventare più che certo. Il ritorno a un semiproporzionale, come il Pierfy vorrebbe per allearsi (dopo) con chi gli fa la proposta migliore, sembra, al momento quanto di più lontano possa esistere nei desideri degli italiani. Se Casini ne prendesse atto, saremmo tutti più soddisfatti. Nel respingere al mittente l’accusa di aver dimenticato Silvio, visto che siamo tra i pochi a parlarne un giorno sì e l’altro pure, torniamo brevemente al nostro post di ieri perché, dai commenti, ci siamo resi conto che si è sviluppato un bel dibattito, anche aspro, ma chi legge questo blog lo sa, le cose ce le diciamo in faccia. Abbiamo sempre scritto che i colpevoli di questa situazione sono coloro che hanno negato la crisi dicendoci che andava tutto bene. Problemi sul riconoscere in queste parole Silvio &hisFriend’s? Non crediamo. Abbiamo sempre scritto che non ci piace vivere in un paese commissariato, tanto più dalla finanza. Abbiamo parlato di Mario Monti, della sua provenienza, del gruppo amicale del quale fa parte dicendo che non ci piace, senza fraintendimenti né finzioni. Tutto ciò che il governo Monti ha fatto da quando si è insediato, è stato fare cassa ai danni dei disperati non intaccando in nessun modo né le rendite della casta né quelle dei ricchi. Anzi. Questo governo iniquo non ci piace, non ci è mai piaciuto né potrà mai fare qualcosa che possa rendercelo simpatico perché il suo “vizio” sta all’origine, la sua mission è salvare le banche e la finanza pensando che salvando loro, l’economia torni per incanto a girare. L’economia però, la fa girare il lavoro, non la disoccupazione, il risparmio e non i derivati tossici, l’industria e non le compagnie di assicurazione. C’è, fra noi e Mario Monti, una lettura antitetica della società, noi la vediamo basata sullo scambio di lavoro e di opportunità, con la politica in grado di dettare regole del gioco definite al mercato, Monti la vede basata sulla supremazia della finanza che può fare a meno della politica perché l’obiettivo è uno solo: il profitto. Non è una novità, la Bocconi da lui presieduta ha creato fior di finanzieri e broker, di operatori di borsa e di avvocati esperti in transazioni internazionali, cosa volete, che nel frattempo abbia cambiato pelle e sia diventato uno statista filantropo? Ma per carità. Una battuta per un’amica. Se in Italia ci fosse un Che (ma non c’è), quatto quatto, nottetempo, entrerebbe a Palazzo Chigi ricorrendo alla tecnica di guerriglia descritta a pag. 14 del suo manuale. Raggiunta la camera da letto del presidente del consiglio, offrirebbe un sigaro al Professore facendosi quattro chiacchiere con lui: prima di buttarlo dalla finestra.